Il pane carasau (conosciuto anche come pane carasatu, pane carasadu, pane fine, pane ‘e fresa e pane fattu in fresa) è un tipico pane sardo diffuso in tutta la Sardegna, a forma di disco molto sottile e croccante, adatto a essere conservato a lungo.
Il termine sardo deriva dal verbo carasare, che significa tostare. Durante la carasadura il pane viene rimesso nel forno per la cottura finale: tale cottura lo rende croccante.

In alcune zone della Barbagia, come a Ovodda e Gavoi, è preparato in forma rettangolare e di dimensioni inferiori, prendendo il nome di “pane ‘e fresa”, mentre in Ogliastra è più diffusa una variante, più spessa, chiamata pistocu.
Per la sua particolare croccantezza, che ne rende rumorosa la masticazione, fuori dalla Sardegna è talvolta chiamato, in italiano, carta da musica.

Gli ingredienti base sono lievito, sale, acqua e semola di grano duro.
I due tipi principali di impasto sono: uno a base di semola di grano duro, più pregiato e quindi consumato dalle famiglie più agiate; l’altro, a base di farina d’orzo o cruschello, di colore scuro, consumato dai meno abbienti.

Sa Cotta è il nome in lingua sarda con il quale viene indicato l’intero ciclo di preparazione e cottura del pane. Sino a qualche decade fa era un vero e proprio rito familiare e di vicinato che coinvolgeva almeno tre donne, amiche o parenti che ricevevano in cambio olio e ricotta o che semplicemente si ricambiavano l’aiuto.

Il pane carasau è consumato in molti modi. Secco, cioè al naturale (pane a trocheddu) accompagna gusti salati e gusti dolci in grande varietà.

Uno dei modi più diffusi di consumo ha luogo con l’aspersione o una rapida immersione in acqua (pane infustu), passaggio che restituisce alla sottile sfoglia l’umidità e conseguentemente la morbidezza necessaria perché possa essere avvolta intorno a salumi affettati e formaggi o essere associata ad altro companatico. Anche bagnato, il pane carasau continua ad avere la caratteristica di assorbire i liquidi con cui entra in contatto. Questa caratteristica è sfruttata per usarlo sotto le pietanze succose, ad esempio carni rosse cotte al sangue, o comunque quei cibi che rilasciano oli o grassi (dalla carne di maiale, alla verdura). Per bagnarlo si deve far scorrere dell’acqua unicamente dalla parte interna e ruvida della sfoglia per poi far subito sgocciolare la stessa tenendola qualche istante in posizione verticale; se il pane risulta troppo bagnato viene considerato da un vero barbaricino alla stregua della pasta scotta.

Le grosse briciole che residuano invariabilmente alla spezzatura delle sfoglie sono dette nell’insieme farrutta, pistitzu o frichinadura e uno dei loro utilizzi tipici, che peraltro consente di non perdere gli avanzi, è nel caffellatte.